Generalmente, coloro che attraversano la penosa situazione di dover affrontare un cordoglio significativo, contano su proprie difese psicologiche per cercare di superare la drammática realtà che gli è toccato in sorte vivere.
Sicuramente avranno bisogno di evitare l’isolamento, avere più contatti con la parentela e forse con altre persone che avendo già sofferto situazioni altrettanto dorolose, hanno l’ abitudine di riunirsi nei gruppi di auto-aiuto veramente beneficiosi nella perdita dei loro cari.
L’elaborazione del cordoglio è un lungo processo a cui non possiamo assegnare un tempo cronologico, ma è palese che questo tempo non può essere perpetuo. Anche c’è bisogno di tener presente e avvertire coloro che richiedono il nostro aiuto, che il cordoglio è un processo attivo che ha bisogno della loro partecipazione, che si esprime attraverso cambi personali, e che sarebbe uno sbaglio cadere nella passività di aggiudicare solo al tempo la risoluzione della loro sofferenza.
Il processo in sè, nonostante il dolore lacerante, non dimostra nessuna patología ne ha bisogno della somministrazione di psico-farmaci durante il suo percorso, neanche suggerisce all’inizio il bisogno di alcun intervento psico-terapeutico.
Ma, nei casi in cui il cordoglio si fissa nel tempo, si ferma davanti alcuni degli ostacoli che si possono presentare strada facendo, durante la sua elaborazione (ostacoli che poi descriveremo dettagliatamente), o si sovrappone su una personalità con patologia precedente, allora si, è necessario l’intervento terapeutico. Certamente chi sta realizzando la propria terapia prima ancora della “perdita”, non deve interromperla, poiché conta di un ambito di riflessione adeguato, e un terapista affidabile per esprimere il suo dolore e incamminarsi verso un futuro progetto di vita.
Alcune caratteristiche differenziano il cordoglio anticipato, che è quello che accompagna il percorso di una malattia terminale, dal cordoglio inesperato causato di solito da incidenti di varia indole, che interrompono la vita di uno dei nostri cari.
Nel primo caso, nel cordoglio anticipato, le “equipe” di professionisti che si dedicano alle cure paliative, dispongono soprattutto negli ultimi decenni, di vari ricorsi terapeutici per il paziente e il suo gruppo più stretto affettivo, che provvedono enormi benefici attorno a queste prolungate sofferenze che involucrano così non solamente un essere umano che deve affrontare la sua propria morte, ma anche tutta una struttura familiare che corre il pericolo di franare.
Chi ha perduto un suo caro, dopo aver sopportato la lunga sofferenza provocata da una malattia incurabile, prova insieme all’autentico dolore, un senso di sollievo non sempre confessato, di fronte al termine di tanta deteriorazione e sofferenza.
Drovemo occuparci di trattare in loro, i sentimenti ambivalenti che a volte li mortificano, (l’ambivalenza emotiva è caratteristica del cordoglio anticipato) ed aiutarli a verbalizzare le fantasie che hanno accompagnato il lungo processo, e che oscillarono fra il bisogno di involucrarsi e di allontanarsi del paziente e della sua quotidiana deteriorazione, come una specie di strategia di fronte a tanto dolore ed anche tra il desiderio di allungargli la vita o di accorciare la sofferenza del caro amato, alternative che sono vissute con una grande quota di colpevolezza.
Questo è l’aspetto prioritario da sottolineare in questi casi. Coloro che ci richiedono un consulto hanno bisogno di ricuperare la loro pace interiore e la loro autostima. Avere la convinzione che hanno fatto tutto quello che era nelle loro posibilità, e che queste fantasie che oggi possono commentare con profondo dolore, sono del tutto abituali in questi cordogli.
Sotto gli altri aspetti queste “afflizioni” non differiscono, per quanto riguarda il percorso, dallo stesso percorso dei cordogli inattesi, poiché l’aver accompagnato così lungo processo non ha esaurito la loro quota di afflizione, dolore che si rifà attualle quando avviene la morte.
Non è lo stesso sapere razionalmente che qualcosa avverrà, che l’inevitabile rammarico di fronte al fatto compiuto.
Nel cordoglio inaspettato invece, il drammatismo di fronte ai fatti è maggiore nel momento dell’avvenimento. Non è esistito quel tempo in cui la morte era preannunciata, non ci sono stati commiati, né la possibilità di riparazione del vincolo, le difese dell’io, superate, non hanno potuto mettere in opera nessuna avvertenza emotiva come per mitigare l’enorme sconforto iniziale.
Non posso concludere affermando che l’evoluzione del cordoglio differisce in meglio in un caso o nell’altro, poiché tutti i cordogli sono singolari e dipendono da una molteplicità di circostanze, sebbene alcuni studi indichino che nella morte inaspettata e prematura, il processo ha maggiori difficoltà, e di solito si allunga per più tempo che in quei casi dove c’è stata la possibilità di un commiato.
Sì, devo invece sottolineare un’unica particolarità che rende più penoso tutto il cordoglio: la breve età di chi muore. Si accetta con più rassegnazione la morte in età più avanzata, visto che si è potuto portare a fine un progetto di vita.
Il terapista dovrà stare attento in questi casi, considerando che chi richiede il suo aiuto è un essere disfatto dalla pena, senza nessuna esperenza terapeutica anteriore, che non è disposto a iniziare lunghe terapie. Forse accettando il suggerimento di un parente, di un amico o del medico di famiglia, si avvicina alla terapia senza avere in chiaro quale possa essere l’utilità delle interviste, chissà con l’unica convinzione che lui, da solo, non può continuare.
Lo porta la necessità, il rammarico, lo sconforto, di fronte all’irreparabile.
Lui ha bisogno di parlare e di essere ascoltato, di esprimere la sua rabbia e il suo dolore.
Cercherò di descrivere una probabile prima intervista con chi ha sofferto la perdita del suo caro recentemente, ( giorni o qualche poca settimana ). Qui si mette in evidenza la funzione primaria del terapista di fronte al cordoglio: la sua condizione di ascolto.
Lui dovrà essere elastico negli orari degli incontri e permissivo per quanto riguarda i bisogni del paziente: forse vorrà fumare o chiederà un bicchiere d’acqua, o vorrà andare in bagno, o cambierà posto o camminerà in lungo e in largo nell’ambulatorio, o avrà bisogno di contatto fisico che significa dargli un fazzoletto o appoggiarsi al braccio del terapista. Tutto questo può succedere con un certo sconvolgimento che metterà il terapista di fronte alla propria impotenza, quella di essere superato dalle circostanze.
Quindi, soltanto ascoltare con più affetto naturalmente ma cercando di evitare lo straripamento emotivo (burn out), poiché il paziente avrà certamente altre persone che possono piangere con lui, dal terapista richiede altri atteggiamenti di contenzione, sebbene all’inizio non lo capisca.
In questa tappa, il paziente ha pochissima capacità di ascoltare spiegazioni o suggerimenti complessi. Tuttavia con il succedersi delle interviste sarà possibile a quel punto, parlare di certe regole minime per condurre la terapia, regole che in un principio si erano dovute ovviare.
Questa immaginaria intervista iniziale, non sempre si svolge sotto il profilo drammatico qui narrato, ma c’è bisogno di essere preparati semmai quello succeda.
Il punto di partenza che origina la necessità della consultazione è la scomparsa recente di un essere caro, per cui le differenze teoriche tra il cordoglio innaspettato e anticipato sono minime in entrambi casi.
Dobbiamo conoscere la teoria sul cordoglio e averla analizzata, avere il sufficente allenamento che verrà acquisto con tempo e lavoro, e ci sarà bisogno di partecipare assieme a un “equipe” di professionisti con cui potremo riflettere sulle nostre proprie emozioni, e specialmente aver pototo affrontare i nostri propri lutti.
Al paziente interesserà sapere che non solamente abbiamo studiato, ma anche abbiamo sofferto cordogli. Questa condizione trarrà fiducia al paziente e lui capirà allora che siamo capaci di stabilire un linguaggio comune.
La tappa di catarsi dovrà esaurirsi, non importa il tempo cronologico che sia necessario, dobbiamo ascoltare pazientemente, chiedere alcuni minimi chiarimenti se è necessario, ma cercando di evitare i detaggli più dolorosi. Vedremo fotografie, scritti che sicuramente ci mostrerà il paziente di momenti condivisi e felici, giacchè nessuno scatta una foto di ciò che preferisce dimenticare, ma finite queste testimonianze, come se fosse un lungo e rassegnato sospiro di sollievo ( per il paziente e forse per il terapista ) dobbiamo transitare ad una seconda fase della terapia, per invitarlo ad addentrarsi nella tappa della propria analisi esistenziale.
Dobbiamo adesso esaminare, in che modo affronta il paziente i diversi ostacoli che di solito, rendeno più complicato il processo di un cordoglio.
Questi ostacoli sono: la colpa, il risentimento, la idealizzazione, la tendenza a farsi la vittima di fronte agli altri, la negazione, il sottomettersi alla tirannia del passato, il sentimento di incapacità, e sottomettere il suo cordoglio alle esigenze di parenti o della società, perdendo l’autenticità del proprio dolore, ed infine il sentimento di fedeltà verso l’assente.
Ognuno di questi ostacoli dovrà essere accuratamente esaminato.
Lo stadio seguente deve includere l’accettazione del “distacco” e poter riflettere su un possibile e futuro progetto di vita.
Il “distacco” è un possibile e salutevole cammino che non significa dimenticanza e neanche disamore, ed invece dà la posibilità di creare uno spazio fra il dolore e il nostro proprio progetto di vita. La superazione del cordoglio si fa evidente per 1) la capacità di ricordare senza cadere nella sofferenza e nella lamentazioni permanenti, 2) il potersi aprire ad altre relazioni ed accettare la sfida a cui la vita ci mette di fronte.
Naturalmente, il comune denominatore dei nostri incontri continuerà ad essere l’assenza, ma il paziente potrà includere altre rifflessioni che, sebbene siano vicine al suo dolore, si riferiranno ormai a se stesso e al suo progetto futuro.
Il cordoglio non è una patologia, si tratta di una “crisi vitale”, nessuno è lo stesso dopo aver perso un figlio, si produce una rottura epistemologica, dove tutte le nostre credenze si sentono questionate. Questa è l’opportunità non cercata, per rivedere i nostri obbiettivi e la nostra spiritualità per: accettare il dolore di aver sofferto così tanto, e dopo trascenderlo, affrontando le sfide del tempo venturo, ed arrivando con il nostro aiuto, al dolore altrui.
Abbiamo aiutato ad uno del nostro prossimo a superare gli stadi più difficili di un cordoglio, abbiamo collaborato a guidare un progetto di vita in chi non credeva di poter farlo, abbiamo evitato un lutto patologico.
Riguardo a questa parola “cordoglio”, suggerirei ai miei colleghi di prendere in considerazione questa definizione: “ ogni cordoglio è il processo normale che segue la perdita dell’immensamente amato”, in questo modo differenziamo il cordoglio, che è una crisi esistenziale, dalla depressione che è una patologia, evitando così, di prescrivere inizialmente antidepressivi in colui che non ne ha bisogno. Prescrizione che aggiungerebbe all’immenso dolore, la sensazione di patire una malattia inesistente.
Chi ci richiede un consulto, ha bisogno di affrontare il suo lutto con lucidità, e non intorpidito artificialmente. Il cammino del lutto è pieno di “ prime volte” che non si possono evitare né posticipare indefinitamente.
Sebbene per portare avanti una terapia esistenziale, l’intervista individuale sia adeguata, potrà il terapista suggerire allo stesso tempo, la partecipazione in un gruppo terapeutico centrato sui cordogli, o in un gruppo di auto-aiuto per coloro che hanno perduto i loro cari.
Nei casi in cui l’intervista iniziale si dà quando la perdita è lontana, il “quadro” differisce sostanzialmente; chi richiede il consulto non si mostra con la drammaticità descritta prima, e sì invece con una sensazione di tristezza e rammarico, per essere restato fermo nella nostalgia che gli impedisce di inserirsi nella vita quotidiana. In questi casi, sono più coscienti del bisogno di cominciare una terapia individuale, poiché si considerano depressi, il lutto è stato più negato che assunto ed ormai la sensazione è quella di invalidità ed vulnerabilità, di fronte alle esigenze della vita.
Può darsi anche, che dobbiamo assistere un nuovo paziente che fa una consultazione per alcuni altri problemi psicologici: problemi di lavoro, conflitti della coppia, o sintomi psicofisici, e durante le prime interviste verremo a sapere, con certa sorpresa, che tempo prima, forse molti anni prima, lui ha sofferto la perdita di un figlio, sebbene non sia questo il motivo attuale della consultazione. In questi casi non possiamo cominciare dalla fine, la terapia del lutto è di primaria importanza. Dobbiamo cominciare da lì, anche se il paziente, cercando conforto nella negazione, per evitare nuove sofferenze, si mostra riluttante a ciò.
Essere psichiatra o psicologo, con riferimento soprattutto a coloro che decidono di intervenire nella terapia del lutto, non significa soltanto disporre di una manciata di interpretazioni più o meno ingegniose, da distribuire ai propri pazienti con lo scopo di aiutarli.
Il professionista ha bisogno di sapere che colui che richiede una consultazione, lo fa in uno stato di coscienza “infelice” o “lacerata”, utilizzando aggetivi della dialettica Hegeliana, e che la sua angoscia viene provocata dalla mancanza di risposte di fronte alla sua crisi esistenziale, vale a dire, di fronte al senso trascendente della sua vita.
Ogni intervento terapeutico che eviti di indagare l’essenza stessa di questa angoscia, sarà soltanto medicina sintomatica, e per questo provvisoria, di fronte ai risultati.
Ad ogni modo, assumendo le nostre proprie limitazioni, è probabile che non possiamo arrivare alla fine del cammino, ma è possibili invece, viaggiare con speranza, che a volte è meglio che arrivare.
Finalmente, alcuni suggerimenti che riguardano la preservazione del terapista che assiste i cordogli: 1) Precisare e delimitare la propria funzione. 2) Aggiornarsi per quanto riguarda la capacitazione e formazione adeguate. 3) Conoscere i nostri propri limiti. 4) Evitare il lavoro solitario, partecipando a un gruppo di lavoro. 5) Revisionare le nostre emozioni ed avere con chi parlarne. 6) Darci il riposo e la gratificazioni personali meritate. 7) Sentire la reconoscenza e l’apoggio affettivo da parte del paziente o del gruppo.